Fonte: Tower Tales Book (Gruppo Unipol)

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Nazione: ITALIA

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Cesare Catania: Uno, Due, Nessuno, Me Stesso

Cerchi, linee, sfere, cubi. La realtà scomposta in geometrie semplici e ricostruita sotto forma di arte e conoscenza.

« Chi sono? Bella domanda. Sono uno, due, tre, quattro persone in una volta, che convivono, hanno trovato equilibrio, stanno bene. Sono un uomo, un musicista, un ingegnere, ma più di tutto, un pittore e uno scultore. Mi verrebbe da dire: una creatura poliedrica. Ho quarant’anni, e non li porto particolarmente bene. Sono pelato, vivo tra Milano, Montecarlo e Miami, e godo della realtà in maniera piena, decisamente piena, sì. Sono attento ai dettagli. Anzi: sono attento solo ai dettagli. Non ho tantissima memoria, non sono bravo con la consecutio temporum, e infatti numero le mie opere dalla uno in su, perché ricordarne i nomi è difficile. Mi piacciono i colori, soprattutto quando si mescolano. Non utilizzerò mai un assistente per prepararmi la palette, perché miscelare, attendere, è il momento più bello. Mi piace scolpire, utilizzare materiali diversi, cercare la sintesi. Da bambino amavo la matematica, la musica classica, il pianoforte, disegnare. Sono uno che ascolta e vede sia l’insieme sia le singole parti che lo compongono. Il filo conduttore che le lega, è la mia vita ».

Che forma prendono, nella tua mente, queste “parti”?

Sono cerchi, linee, sfere, cubi. Ho sempre questa attitudine a scomporre la realtà in poligoni semplici. Ma non è un esercizio ingegneristico, è un approccio all’esistenza e alla conoscenza: quando mi trovo di fronte a qualsiasi cosa, sia essa un’emozione o una difficoltà, cerco sempre le figure cardinali che la compongono.

Quando dipinge e scolpisce, nella sua mente si genera musica o silenzio?

Si genera silenzio, o almeno il silenzio è ciò che ricerco. Voglio il vuoto mentale, qualcosa di molto simile alla meditazione. Persino il rotolare lontano di un’auto che passa, può rappresentare un disturbo.

Anche lo spazio fisico intorno a sé deve essere sgombro?

Deve essere uno spazio ordinato, perché il mio occhio deve essere appagato da una situazione confortevole: non riuscirei mai a partire da zero, ad affrontare una tela bianca, in un luogo caotico. Una volta iniziato il lavoro però mi piace il disordine che si crea durante l’evoluzione del quadro e della scultura, quando la stanza si riempie di nuovi oggetti, di nuovi colori, che sono gli stessi della palette che forma l’immagine. A quel punto, il caos diventa armonia.

Di che colore diventa la sua mente quando il gesto creativo si trasforma in trance?

Giallo e rosso: è così che si sedimentano le mie emozioni. Poi di solito arriva il fucsia, che rimane, così come il rosa, che appare e non se ne va. A quel punto tento sempre di virare tutto al bianco e nero, usando la forza dell’immaginazione, come a far cadere su tutto un’ombra: se l’opera mi convince anche così, allora continuo e la termino.

Non dipinge mai “di getto”, quindi.

Mai. Anche se astratta, l’arte per me ha bisogno di sedimentazione. Il rapporto tra l’infinità delle idee e lo spazio delimitato della tela, ha bisogno di tempi lunghi.

Opere nate di notte, con la mente libera e l’ispirazione genuina.

Le capita mai di essere svegliato da sogni urgenti, da tradurre subito in pittura?

Mi capita spesso, rapito dalla fretta di correre nel mio studio a dare corpo a tutto ciò che sento dentro. Quasi tutte le mie opere sono nate alle due del mattino, che per un artista è il momento migliore della giornata: hai la testa leggera e le ispirazioni appaiono genuine e riconoscibili, senza il brusio del mondo.

Che tipo di schiavitù è, essere creativi?

Io non la vivo come una schiavitù, anzi: la sua mancanza, rappresenterebbe la più grande frustrazione. La creatività mi possiede così tanto che spesso mi ritrovo a doverla imbrigliare, perché purtroppo, e lo dico tra virgolette, ho anche la vita da vivere: scadenze, affetti, doveri. Così, cerco di selezionare solo le informazioni meritevoli: diversamente, ne verrei sommerso. Un semplice tè, una cena, un concerto, un oggetto. Ogni cosa, per me, può diventare un quadro.

“Una cena, un concerto, un oggetto. Tutto, può farsi quadro”.

Qual è la sua più grande utopia?

Dedicarmi esclusivamente alla produzione artistica, senza impegni collaterali, senza figure d’interferenza tra me e l’azione. La vita fuori dall’arte è un impegno da sbrigare il più in fretta possibile, per poi tornare a creare.

La felicità quindi sta nell’egoismo più sfrenato? 

Certo, ed è immediata: basta fare soltanto ciò che si vuole. E poi concedersi un momento davanti al sole, soprattutto quando si riflette nel mare.

Pittore e ingegnere, Cesare Catania vive tra Milano, Montecarlo e Miami. Le sue opere, le ha ribattezzate “ingenuity works”.

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